È morto Luis Sepulveda. La morte uccide la bellezza

Pierfranco Bruni 

“Quegli occhi verdi nascondevano il balsamo per eludere i sogni”  “Diario di un killer sentimentale” di Luis Sepúlveda.
Un grande del linguaggio nella vita della scrittura. Come co­munita umana e come comunità di scrittori siamo vicini alla sua sofferenza, alle sue difficoltà, in questo particolare momento che coinvilge tutti. Mi riferisco a Luis Sepulveda. Di lui voglio parlare per un augurio di immediata gua­rigione. Conosciuto molti anni fa. Insieme per una letteratura della vita della speranza della favola.
La visione della lentezza. Non solo la gabbianella, il cane e la lentezza Sepulveda ci porta an­che oltre e altrove. “Il grido” di Munch è un “brivido d’emozio­ne”. Un urlo di sensazioni che è un travaglio d’anima. Ma chi è che parla di questo brivido d’e­mozioni? E’ Luis Sepulveda in “Le rose di Atacama” (Tea). Ol­tre l’ideologia la letteratura. Nella letteratura la poesia è anima.
Oltre ogni schema. La lettera­tura è fondamentale. Non è di parte. L’ideologia è di parte. Qui, comunque, parliamo di poesia. Senza altri ancoraggi. Un viaggio alla ricerca dei ricordi. Ricordi che creano immagini e smuovono sentimenti.
Luis Sepulveda racconta non solo attraverso le parole e le piccole cronache. Racconta giocando let­terariamente con le metafore. Ma le metafore nascondono segreti. I segreti custodiscono “la polvere” delle parole. Sono racconti che non definiscono ma sono evoca­zioni.
La memoria anche in Sepulveda è una lunga attesa che gioca con le emozioni e i silenzi.
Si ascolta in “Sulle orme di Fitzcarraldo”: “La notte della selva avvolge tutto il suo partico­lare silenzio fatto di migliaia di rumori. E’ il prodigioso meccani­smo della vita che tende i muscoli per facilitare il parto della ‘Vene­re notturna’, un’orchidea di un in­tenso colore viola, piccola come un bottone di camicia, che apre i petali alle prime luci dell’alba e muore dopo pochi minuti perché la minuscola eternità della sua bellezza non resiste alla luce di Manù, che muta incessante se­condo gli umori del cielo, dell’ac­qua e del vento”.
Luis Sepulveda è uno scrittore anche del sogno e sa cantare il sogno pur non nascondendo al­tre passioni. Nello scrittore c’è il poeta. Non è soltanto il Sepulve­da della “gabbianella” o di quel “vecchio che leggeva romanzi d’amore” che canta nenie e ma­linconie. Il Sepulveda “politico” non esiste sul piano letterario e tanto meno può esistere in termi­ni narrativi o poetici. E’ un’altra categoria. E’ il poeta che raccor­da malinconia e futuro. E’ questo poeta che ci parla.
I racconti de Le rose di Ataca­ma sono una scheggia di poesia perché in molte pagine ciò che si evidenzia è la sublime evoca­zione. Oltre i fatti e i personaggi ci sono le atmosfere. Ci sono le emozioni che campeggiano su tutto. C’è, appunto, quel “grido” che è disperazione ma anche ri­cerca di riposo, di consapevolez­za. Di emozioni.
Cosa sarebbe la vita senza emo­zioni? E la letteratura se non avesse gli squarci d’emozione sarebbe un rastrellare segmenti di ragione? Non avrebbe senso la parola stessa. Sepulveda lo sa bene. Perché riesce a raschiare dalla parola la polvere. Quella polvere che raccoglie i granelli di tempo.
Molto singolare e significativo il racconto intitolato “Balene del Mediterraneo”. Un sapore quasi esotico, arcaico, misterico. On­dulato di poesia. “Ricordo una sera sul mare, nel nord della Sar­degna. Assieme a un gruppo di amici contemplavo il tramonto, il sole che ci lasciava per illu­minare altre terre più ad ovest, quando all’improvviso dal largo ci giunse inconfondibile il canto delle balene, quel suono acuto che sembra una musica del fu­turo e turba chiunque lo senta”. Uno spaccato lirico incasellato in una meditazione evocativa.

Sepulveda rapisce i sentieri della nostra anima in una semplicità quasi ingenua. Ma è qui la poe­sia.
La grande forza poetica è nella visione del magico. La “gabbia­nella” e il “gatto” offrono im­magini magiche ma di una sem­plicità rischiosa. Anche in altre pagine si riscontra ciò. In fon­do è lo stile di questo scrittore. Uno stile che ci introduce in un linguaggio (pur ancora nella ri­schiosità delle traduzioni) in cui affiorano barlumi di elegia.
Non mancano, comunque, i toc­chi crudi della realtà: “In tutta la storia dell’umanità, nessun mare è stato mai maltrattato quanto il Mediterraneo. (…) Siamo ancora in tempo a salvare le balene e i delfini del Mediterraneo. Siamo ancora in tempo a restituire al mare delle culture almeno un po’ di quanto gli abbiamo strappato”, sempre in “Balene del Mediterra­neo”.
Sì, perché Sepulveda cerca la bellezza nelle cose. Ancora quel­la “gabbianella” è un estremo richiamo alla dolcezza e quindi, inevitabilmente, è un richiamo alla bellezza. Scrivendo su Mo­sca ha sottolineato: “Non ho mai saputo se Mosca è una bella città, perché la bellezza delle città esi­ste solo riflessa negli occhi degli abitanti e i moscovoti guardano con insistenza in basso, come se cercassero un’inutile terra perdu­ra sotto i loro piedi” (da “Le Rose Bianche di Stalingrado”).
Frammenti e incisioni. Recitano con le parole che, a volte, diven­tano anche preghiera. Un pregare nel vento dei giorni raccogliendo i silenzi delle storie. Siamo in­farciti di storie. Noi non siamo soltanto la nostra storia. Siamo le tante storie che invadono la no­stra coscienza.
Alla fine si corre un ulteriore ri­schio che è quello di non saper distinguere la nostra vera storia con quella delle altre storie. E conviviamo dentro questo intrec­cio. Non conoscendoci fino in fondo e forse illudendoci di co­noscerci abbastanza. Ma scopria­mo d’un tratto che così non è. Le sorprese sono tante e si scoprono una volta che tutto è trascorso. E solo allora la letteratura si intrec­cia definitivamente con la vita in un richiamo quasi ancestrale.
In “Il paese delle renne” Sepul­veda cita dei versi di Paulus Utsis che sono una proiezione poetica e umana nel nostro tempo di vi­vere. “Soffia sul fuoco perché non si spenga,/attizzalo perché brillino le braci/e poi alimentalo con legna secca/perché i tizzoni e il calore della nostra cultura/re­stino vivi”. Ancora un richiamo. Ma un richiamo alle radici. Il non perdersi. Il non smarrirsi. Il non sradicarsi. Ritrovarsi dopo aver graffiato il senso delle parole. E’ questo un monito che quasi pe­netra dentro i nostri silenzi e ne esce fuori con segni che hanno sempre qualcosa di profetico. Ma sì, la letteratura è anche profezia.
Un viaggiare, dunque, nella co­scienza per conoscere di più e per tentare di penetrare i segreti. Quei segreti che sono scritti non solo sulla polvere delle parole ma anche nelle parole depositate sulle pietre. 
“La stanchezza nelle gambe mi fece capire che camminavo da varie ore in una qualche direzione, ma senza un itinerario ben definito, o forse sì, ne avevo uno, casuale, che sebbene non mi portasse da nessuna parte mi allontanava sempre di più dai miei pensieri” (“Diario di un killer sentimentale” di Luis Sepúlveda).

Lo scrittore chiara­mente ha il compito di racconta­re. Dice Sepulveda. E racconta frammenti di anima. Racconta sogni attraversati dalla realtà ma racconta soprattutto “desideri”. In fondo la letteratura è fatta di pietruzze e di sabbia che si ascol­tano nell’onda della conchiglia. Tutto diventa eco. Questo im­menso patrimonio di parole e di sentimenti fattosi eco.
“E se è tutto un sogno, che importa. Mi piace e voglio continuare a sognare”.

La letteratura come desiderio ma anche come alchimia. E’ qui il viaggio tempestoso e disarmoni­co di Sepulveda. Ma è tale il suo viaggio perché ha il desiderio di quietare le tempeste e di offrire armonie. Un viaggio tra senti­menti. E i personaggi non sono un’avventura soltanto ma sono l’espressione di una emozione che cattura. Se la letteratura non lancia emozioni è meglio chiude­re il libro. Soprattutto in un tale contesto. Cosa dire ancora?
“Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. È acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole ed arriva sempre come ricompensa dopo la pioggia. Apri le ali…
… Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo” (“Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepúlveda). Era nato nel 1949. Il coronavirus lo ha ucciso.